Sei metri sotto il rumore dei passi, Bari cambia pelle: sotto la Cattedrale di San Sabino il tempo non scorre, sedimenta.
La Cattedrale di San Sabino abita il cuore di Bari Vecchia. In alto domina il Romanico pugliese: pietra chiara, rosone, una facciata severa che non ha bisogno di alzare la voce. In basso, sotto la piazza e la navata, c’è un’altra città. Più silenziosa, più scura, più vera. Qui l’aria sa di calcare umido e di storia che si tocca.
Non anticipo tutto. Prima uno sguardo all’origine. La Bari medievale rinasce dopo il 1156, quando Guglielmo il Malo rade al suolo la città. La nuova cattedrale si completa tra XII e XIII secolo. È solida, essenziale, locale. Ma il suo peso poggia su memorie più antiche, come un libro scritto su pagine già usate.
Sotto San Sabino: la città invisibile
Gli scavi, avviati e ampliati tra anni ’90 e primi 2000, hanno aperto un itinerario archeologico che scende fino a circa sei metri. Qui affiorano strati diversi. Resti di una basilica paleocristiana (VI secolo) con pavimenti in cocciopesto. Tracce di una domus romana con mosaici a motivi geometrici e inserti in opus sectile. Segmenti di una strada antica, pozzi, canalette, murature in tufo e carparo. Non tutto è leggibile subito, ma le linee sono chiare: Bari, la Barium romana e poi bizantina, viveva qui molto prima del rosone.
L’architettura sotterranea racconta la città come un profilo sismografico. I sotterranei mostrano pareti tagliate, porte murate, pavimenti ribassati e rialzati. Si vede la stratificazione: un riuso continuo, materiale e spirituale. Alcuni capitelli reimpiegati, con foglie stilizzate, dialogano con archi di sostegno bassi e massicci. La cripta sopra, con le sue colonne diseguali, ripete lo stesso gesto: tenere insieme parti diverse.
Il punto centrale sta proprio qui: a sei metri sotto la cattedrale, non c’è un’unica “stanza segreta”, ma un paesaggio. È una piccola Bari orizzontale, fatta di lacerti e di vuoti, che restituisce abitudini minute. Un basamento annerito suggerisce una cucina; un solco regolare indica il passaggio dell’acqua; una soglia consunta fa immaginare piedi nudi d’estate.
Storia, architettura e piccole meraviglie
Questi spazi parlano per dettagli. Un frammento di intonaco rosso rimanda a una domus tardoantica. Un mosaico in bianco e nero racconta un gusto sobrio e pratico. Blocchi con segni di cave locali spiegano la filiera della pietra. E poi ci sono le assenze, che pesano quanto le presenze: alcuni ambienti restano non attribuibili con certezza; gli archeologi preferiscono non forzare la lettura. È una prudenza che dà fiducia.
Sopra la testa, nella cripta, riposa la venerata icona della Madonna Odegitria, legata alla memoria della città. Sotto i piedi, le fondamenta tengono insieme ogni epoca. La visita unisce le due direzioni: devozione e materia, luce di candele e calcolo statico. È un equilibrio semplice, quasi domestico.
Informazioni pratiche, senza fronzoli. L’accesso ai sotterranei della Cattedrale è regolato; orari e modalità cambiano in base alla stagione e alle attività liturgiche. In genere si entra con un percorso guidato. Conviene verificare con la Cattedrale o con il Museo Diocesano di Bari prima di andare. Le didascalie aiutano, ma una guida rende vive le tracce meno evidenti.
Camminare qui sotto non dà vertigini. Dà misura. Riduce l’io a passo, occhio, respiro. Risalendo, la pietra del rosone sembra più chiara. Viene spontaneo chiedersi: quante città, sotto la città, aspettano ancora di essere ascoltate?


